Mostra di Andrea Mancini: Il mondo di mezzo

Notizia inserita il 15/05/2015

Opera di Andrea Mancini: Plastica

Da sabato 16 maggio 2015, alle ore 18.00, fino al 5 giugno, nello spazio espositivo del mini mu (a Trieste, all'interno del comprensorio del parco di san Giovanni, via E.Weiss n. 15) si terrà la mostra di Andrea Mancini, dal titolo "Il mondo di mezzo".

La ricerca pittorica di Andrea Mancini non si inserisce all'interno del dibattito che, ancora oggi, dopo l'esuberanza trasgressiva delle neoavanguardie, continua a dominare le vicende dell'arte contemporanea; il che ci permette di buttare sul tavolo la domanda fatidica: gli extra media più consolidati (fotografia, tivù, cinema), unitamente ai principi dell'interattività e della pratica relazionale, debbono condurre un gioco di sponda o possono permettersi di puntare al predominio dell'intero mercato dell'arte?

A un problema posto in maniera così brutale e diretta, l'autore evita di rispondere, non per un ostinato voto del silenzio, ma per scelta ben precisa, ovvero per indifferenza verso codeste esperienze che, nostro malgrado, disegnano la vita moderna. In questo modo, di fronte al lavoro ossessivo e da grande equipe di autori come Jeff Koons e altri ipercelebrati a livello globale, egli si permette di tirare diritto lungo una strada solitaria, e questo perché, secondo il suo assunto programmatico, la pittura è, ancora oggi, la tecnica più idonea a captare il reale e che ci impedisce di sfuggire al quesito "Chi siamo? Dove andiamo? Da dove veniamo?".

In questo modo la sua pittura, con la capacità di interrompere, in maniera spietata, grazie a inquadrature o a tagli arbitrari, la presa di possesso sulla realtà, risulta essere la tecnica ideale per ottenere una estesa frammentarietà iconica. Ecco perché il Nostro, affascinato dalla capacità di produrre immagini variegate e potenzialmente estranee a qualunque sostanziale intreccio narrativo che veda nel punto "A" l'esordio della storia e nel punto "Z" il suo epilogo, si concentra su una ricerca che fonde la spazialità compressa propria delle neoavanguardie con una frontalità dell'orizzonte propria nella disposizione lineare egizia, in un accatastarsi di elementi che si compenetrano e si nutrono all'interno di un flusso percettivo, dove le emozioni sono un qualcosa che sta sulla superficie delle cose, e quindi all'interno di un'evocazione giocata su termini minimi o su piccoli riferimenti figurativi.

In tale maniera, i riferimenti alla storia dell'arte (che vediamo affiorare tra i lacerti di questa pittura, come l'amore spassionato per la pastosità di Velasquez e Segantini) risultano essere solo accidenti di un discorso situato sullo sfondo, senza divenire per questo citazione ricercata: stanno lì perché sono elementi inevitabili dell'esperienza formale, e non perché aprono a sentimenti profondi e necessari o a scelte ideologiche di tipo deterministico. Arrivati a questo punto, possiamo dire che negli intenti di Andrea Mancini c'è la ricerca dell'inquietudine come valore da assurgere al rango della pittura.

Qui la luce è protagonista e l'uomo è assente. C'è la memoria, c'è la testimonianza, non più la vita. Questo almeno nelle opere del "riciclo" e degli "accumuli" (siano questi carte da macero, libri o copertoni). Il silenzio che aleggia su queste raffigurazioni appartiene alla categoria de "la quiete dopo la tempesta", e la qualità del gioco di luci e ombre (i toni in definitiva di ogni sua opera) vive su un insieme di colori spenti, come se la vita se ne fosse fuggita via da questi oggetti raffigurati.

La mostra prosegue fino al 5 giugno, con orario di visita il lun / mer / ven dalle 16.00 alle 18.00. Per ulteriori info: 393 9706657.

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