Romolo il Grande

Notizia inserita il 16/03/2009

"Mariano Rigillo diretto da Roberto Guicciardini ritorna allo Stabile regionale con Romolo il Grande, commedia storica di Friedrich Dürrenmatt, un grande maestro della drammaturgia del Novecento. Istanze attuali, grottesco e disincanto s'intrecciano nella vicenda di un uomo che si rifiuta di farsi strumento della Storia. In scena il 17 e 18 marzo alle 20.30. "

Replica al Politeama Rossetti martedì 17 e mercoledì 18 marzo, per il cartellone altripercorsi dello Stabile regionale, Romolo il Grande di Friedrich Dürrenmatt, spettacolo firmato da Roberto Guicciardini e con, nel ruolo del titolo, Mariano Rigillo: un attore molto amato dal pubblico regionale, qui a capo di una numerosa compagnia ove figura il nome di Anna Teresa Rossini.

Quello di Rigillo è un ritorno molto atteso sulla scena del Politeama Rossetti: l'attore infatti ha costantemente collaborato in passato con lo Stabile regionale, in spettacoli ospiti e in importanti produzioni (per citare solo poche tappe importanti, la Trilogia pirandelliana di Giuseppe Patroni Griffi, la serata di riapertura del Politeama Rossetti nel 2001, l'Agamennone eschileo diretto da Antonio Calenda).

L'interessante commedia storica di Friedrich Dürrenmatt (vissuto fra il 1921 e il 1990) sembra basarsi sull'assunto che quanto di paradossale la vita ci propone, vada soltanto sopportato: in quest'ottica la ribellione, l'eroismo, assumono una valenza diversa, probabilmente molto più tragica...

Romolo il grande scritto - e continuamente rielaborato - fra il 1949 e il 1964, è in effetti, uno dei suoi lavori più pessimistici, ma contemporaneamente più comici.

È coraggiosa e significativa la scelta di Roberto Guicciardini -regista acuto e di grande esperienza - di riportare in scena questo testo, che oggi, alla luce delle prospettive di crisi e decadenza che incombono sul nostro futuro più prossimo, regala inquietanti induzioni alla riflessione.

La vicenda narrata, si incentra sulla figura e sulla sorte dell'ultimo imperatore di Roma: per accentuare ancor più il proprio messaggio, Dürrenmatt sorvola sul dato storico che vuole Romolo Augusto salire al trono a soli quattordici anni, e dunque naturalmente in balia degli eventi, che conducono inesorabilmente alla fine uno Stato ormai decadente e vizioso.

L'autore svizzero lo ritrae invece come un cosciente e disincantato uomo di mezza età, cui la Storia consegna il compito ingrato di scrivere la parola "fine" sulla parabola discendente di un Impero minato all'interno dalla corruzione morale e politica, e all'esterno dagli assalti dei "barbari".

Romolo Augusto dovrebbe forse illudere il suo popolo e sé stesso, tentando fino all'ultimo di rispondere con le armi agli attacchi dei Germani e di imporre l'antica volontà di dominio di un Impero ormai esausto? Queste sono le aspettative dei suoi cortigiani, dei funzionari - ritratti come un folle universo mosso solo dal bieco interesse - addirittura dell'Imperatrice Giulia, sua moglie, che invano si appella alla sua ambizione...

Romolo Augusto rimane però sordo a queste ragioni, a questo mondo che come nella scena di una farsa gli si anima intorno: non potendo far nulla per mutare il corso della Storia, egli rifiuta almeno di farsi strumento di essa. La Storia non scriverà dunque l'ultimo atto di Roma attraverso gli atti di un Imperatore, ma quelli di un allevatore di polli. Ecco l'unico ambito verso il quale Romolo mostri interesse.

Se i suoi lo ritengono per questo un pazzo, in ciò va invece ravvisata la grandezza del personaggio, la sua statura tragica.

Questo ritratto dolente di uomo e di politico, talmente consapevole e deluso da abdicare al proprio ruolo, viene tratteggiato da Dürrenmatt con estro sapiente, intrecciando al dramma il grottesco: è facile ridere di Romolo, della sua ironia sottile, delle sue bizzarrie, della scelta di battezzare tutti i polli con nomi di defunti imperatori romani... Ma è ugualmente naturale riconoscere in tante situazioni il disperato scetticismo con cui anche noi talvolta, guardiamo impotenti la realtà.

Dürrenmat dona all'amara satira di Romolo Il Grande un inatteso epilogo. Una volta giunto a Roma, il temuto capo dei Germani Odoacre non uccide l'Imperatore, anzi fa atto di sottomissione. Come Romolo anch'egli si riconosce "prigioniero" del ruolo che la Storia gli ha imposto: non ci si può ribellare. Allora, ad entrambi non resta altro che assoggettarsi e permettere alla farsa di compiersi: Romolo si ritira nella pacatezza affidando il potere ai Germani e Odoacre diviene Re d'Italia.

Per l'allestimento, Guicciardini ha scelto di collaborare per le scene ed i costumi con Lorenzo Ghiglia, per le musiche con Lino Paturno e per il disegno luci con Luigi Ascione. Lo spettacolo è una produzione

Accanto a Mariano Rigillo (Romolo, imperatore romano d'occidente) e ad Anna Teresa Rossini (Giulia, sua moglie) si muoverà una notevole compagnia d'interpreti composta da: Liliana Massari (Rea, sua figlia), Antonio Fornari (Zenone Isaurico, imperatore romano d'oriente), Roberto Pappalardo (Emiliano, patrizio romano), Francesco Cutrupi (Mares, ministro della guerra), Norma Martelli (Tullia Rotondo, ministro degli interni), Francesco Frangipane (Spurio Tito Mamma, prefetto della cavalleria), Luciano D'Amico (Achille, cameriere/Apollione, Antiquario), Alfredo Troiano (Piramo, cameriere/il cuoco), Francesco Sala (Cesare Rupf, fabbricante di calzoni), Lorenzo Praticò (Filace, attore/Fosforide, camerlengo), Martino Duane (Odoacre, principe dei germani), Davide D'Antonio (Teodorico, suo nipote/ Sulfuride, camerlengo).

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