Quartetto Arion: il classicismo viennese

Notizia inserita il 28/07/2007

Festival musicale internazionale "Nei suoni dei luoghi"

Prossimo concerto: Duino Aurisina/TRIESTE, domenica 5 agosto 2007,
ore 21.00, Chiesa di San Rocco

IL CLASSICISMO VIENNESE
HAYDN, MOZART E BEETHOVEN

F. J. HAYDN - Quartetto op. 76 n. 1 in Sol Magg
W. A. MOZART Quartetto K 159 in Si bemolle Magg
L. VAN BEETHOVEN - Quartetto op. 7 in Mi bemolle Magg. "Le Arpe"

Esecuzione del Quartetto ARION ( http://web.tiscali.it/quartetto.arion )

Il Programma :

L'anno più ricco di sinfonie della vita di Mozart - il 1772 - è anche il momento dei primi sostanziali contributi al genere del quartetto d'archi (eccezion fatta per il K. 80 "Lodi" scritto due anni prima), che risalgono al terzo viaggio in Italia. I sei Quartetti K. 155-160, ispirati al modello italiano (Sammartini in particolare), sono in tre movimenti e come si evince dalla scelta delle tonalità, distanti una quinta l'uno dall'altro, costituiscono un ciclo organizzato. Il primo, K. 155, nasce a Bolzano, pare durante una sosta forzata a causa della pioggia battente, i restanti invece sono composti a Milano. «E' curioso - constata un eminente studioso mozartiano - che i soli quartetti d'archi scritti a quella data siano nati in qualche locanda italiana», (S. Sadie, Mozart : gli anni salisburghesi, 1756-1781, Saggi Bompiani, 2006, p. 258). Queste opere non sembrano pensate per un'occasione specifica: Leopold annota in quel periodo che Wolfgang stava scrivendo un quartetto «per passare il tempo». Gli esiti del "passatempo" sono tutt'altro che scontati, poiché queste composizioni «muovono verso un modello di quartetto più organico in cui Mozart afferra e sfrutta le qualità specifiche del mezzo con una pienezza non certamente inferiore a quella palesata da Haydn nell'op. 17, anche se è improbabile che egli la conoscesse», (S. Sadie, op. cit., p. 271). Reminiscenze del perentorio allegro in sol minore (II movimento) del Quartetto K. 159 in si bemolle maggiore, che sarà eseguito oggi, definito il «più originale del lotto», si ascoltano nella Sonata K. 312 per pianoforte e della Sonata K. 379 per violino e pianoforte.

Se quest'opera si colloca all'inizio della produzione quartettistica mozartiana, i sei Quartetti op. 76 nascono durante la maturità di Haydn, dedicati al conte Erdödy, che probabilmente li aveva commissionati. I primi quartetti erano nati quarant'anni prima e Haydn in momenti successivi della sua carriera era tornato spesso a questo genere, ma le op. 76 e op. 77: «aprono nuove vie allo sviluppo anziché consolidare quelle già note. Si tratta di un messaggio musicale riservato, di un dialogo fra iniziati ... anche se Haydn era perfettamente cosciente di scrivere per i propri contemporanei», (H. C. Robbins landon, D. W. Jones, Haydn, vita e opere, Rusconi, 1988, p. 375). I musicisti che conoscevano gli ultimi oratori e le ultime messe avrebbero ritrovato in questa raccolta lo stesso clima familiare, senza brusche innovazioni rispetto al passato. Il linguaggio tonale di questa serie di quartetti afferma un forte contrasto di tonalità, in rapporto di terza fra loro, elemento stilistico predominante dell'ultimo Haydn: compaiono invece modulazioni molto ampie all'interno delle singole opere come nel Finale del Quartetto op. 76 n. 1 in sol maggiore che ascolteremo questa sera. Al minuetto (III movimento) Haydn non dà il titolo di Scherzo, anche se sembra derivare dagli scherzi che si trovano nei Trii op. 1 e nelle Sonate op. 2 per pianoforte di Beethoven. Questo perché «gli anni fra il 1793 e il 1802, cioè quelli fra l'arrivo di Beethoven a Vienna per prendere lezioni da Haydn e la composizione delle Stagioni, rivelano un processo d'influssi reciproci più potente persino di quello che aveva caratterizzato dieci anni prima i rapporti fra Haydn e Mozart», (H. C. Robbins landon, D. W. Jones, op. cit., p. 378).

Il Quartetto op. 74 in mi bemolle maggiore è ideato da Beethoven tra l'estate e l'autunno 1809 e dedicato al principe Lobkowitz (già dedicatario dell'op. 18 e della Quinta Sinfonia). Un noto musicologo italiano suggerisce che: «spazi d'intatta serenità sono il contrario di quello che si dovrebbe cercare nei quartetti beethoveniani, in cui la serietà taglia continuamente la strada all'umor celeste ... l'op. 74 è uno dei pochi esempi, forse l'unico, in cui la serenità celeste ... domina gli stati d'animo», (Q. Principe, I quartetti per archi di Beethoven, Anabasi, 1993, p. 230). L'opera si apre con un grande gesto e conclusa la prima breve esposizione del tema i due violini dialogano rimbalzandosi un motivo di due note arpeggiate con pizzicato, il passo che ha suggerito l'arbitrario soprannome "Le arpe". I colori chiari e la trasparenza del suono persistono anche nel II movimento, mentre nel III tempo, presto, in do minore: «è come se il famoso incipit della Quinta Sinfonia (quasi coetanea) volasse via con celerità quadruplicata ... un'impressione che dura per quattro battute e mezza, ma scompare nelle quattro successive ... dopo il ritornello, il motivo riprende con caratteri diametralmente opposti ... ne deriva un carattere cupo, di misteriosa minaccia. Il transito tra lo Scherzo e il Finale avviene poi, proprio come nella Quinta, senza soluzione di continuità, attacca subito l'Allegretto con Variazioni. Qui la tensione ... si distende in un'invenzione gentile e lieve. Nessun'ombra viene a turbare questo Finale, la cui luce è variata soltanto da improvvise e delicate gradazioni di colore», (Q. Principe, op. cit., pp. 231-236). L'assenza di contrasto fra il I e il II tempo ha dato origine a un giudizio riduttivo: un'opera troppo dolce e uniforme nel suo carattere aereo e leggero. Adorno non ha dubbi in proposito, e definisce: «Il Quartetto delle Arpe ... un pezzo sottovalutato, molto significativo e particolare... tutto il Quartetto è come un presentimento dell'ultimo stile», (T. W. Adorno, Beethoven, Einaudi, 2001, p. 122). Anche secondo Principe (ibidem) l'op. 74: «segna la via verso una visione che Beethoven riceve in dono nell'ultima fase della sua operosità, quella che lo conduce alla Nona Sinfonia e all'Arietta variata dell'op. 111: la "visione degli Elisi"».

Benedetta Saglietti

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