Marco Ranfo: il processo

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Sabato 1 ottobre 2005 alle ore 20.30 e domenica 2 ottobre alle ore 16.30 presso la Sala Tripcovich, l'Associazione Tredici Casade chiama i cittadini a giudicare l'innocenza o la colpevolezza del nobile Marco Ranfo già sopraffatto dalla lama di un sicario nel lontano a.D.1313.

Inoltre, domenica, prima dell'inizio della rappresentazione, il primo cittadino consegnerà al regista Ugo Amodeo una targa in riconoscimento del suo operato nell'ambito del teatro triestino.

Ma di cosa si tratta? Chi meglio degli autori può spiegare chi era Marco Ranfo ed il perchè di questa rappresentazione?

Presentazione dell'opera teatrale

Gli Statuti Tergestini del secolo XIV portano notizia di un inquietante e misterioso fatto di sangue: lo sterminio della Casata dei Ranfo. Tremende furono le sentenze emesse a carico del nobile Marco Ranfo e dei suoi familiari. Ma quale delitto commise Marco per meritare tale condanna? E quali le colpe della devota moglie Chiara, dell'impetuoso figlio Pietro e degli altri figli e figlie? Certo qualcosa di misterioso ed orrendo accadde se perfino la casa avita fu rasa al suolo e se, a chiunque portasse l'esecrato nome, fu imposto di non mettere mai più piede a Trieste.

Valenti storici, da Ireneo della Croce ad Attilio Tamaro e Silvio Rutteri, avanzarono disparate ipotesi: Marco Ranfo tramò con i veneziani, brigò per impossessarsi del Comune e farne una Signoria, trattò con il Patriarca o, piuttosto, fu lui stesso vittima di una congiura?

Edda Vidiz e Renzo Arcon hanno ripreso l'argomento ricorrendo alla forma teatrale. Ricostruendo, il più fedelmente possibile, la situazione politico-sociale della Trieste del 1313. Gli autori presentano un Marco Ranfo eroe-uomo, con le sue certezze, i suoi dubbi, i suoi affetti. Fanno rivivere sulla scena i tormenti della dolce Chiara, moglie tradita, l'irruenza di Fiordaliso, amante abbandonata e fedele, il coraggio dei figli Giovanni e Pietro. Mentre tutto intorno, nell'Osteria Comunale, nella casa grande dei Ranfo, sotto la Loggia del Comune, si muovono i triestini di allora, mestatori, violenti, pavidi, ma pur sempre pronti a difendere, anche con la vita, il Comune e la libertà.

L'opera teatrale si avvale della direzione artistica di Edda Vidiz e della incisiva regia di Ugo Amodeo. Aiuto regia e coreografie di Carolina Bagnati. Consulenti d'arme Andrea Maizzan e Mauro Pellielo. In scena, Andrea Binetti nel ruolo di Marco Ranfo e oltre settanta elementi fra i più amati del palcoscenico triestino fra attori, cantanti, ballerini, giocolieri e uomini d'arme, che indossano costumi rielaborati dai capilettera dello Statuto Tergestino del 1350 e realizzati da Annamaria Timaco. Scenografia di Silvano Balanzin.

A sottolineare il grande impegno profuso nella realizzazione dell'opera, particolare cura è stata posta nello spartito scritto da Edy Meola, organicamente in linea con il tema.

Per il "parlato" gli autori hanno scelto un volgare medioevale in forma accettabile e comprensibile ad un pubblico moderno senza tralasciare, in alcuni casi, quell'inflessione dialettale che sicuramente avrà accomunato i nostri antenati. Allora come oggi.

Gli spettatori dell'opera dovranno fungere da Giuria e quindi, prima che il giudice emetta la nuova sentenza relativa a Marco, saranno chiesti di giudicarne l'innocenza o la colpevolezza tramite "applausometro". Poichè Marco Ranfo fu giudicato colpevole dal Dominio del 1313 (il Dominio presiedeva l'allora Consiglio comunale) il Presidente del Consiglio Comunale oggi in carica sarà chiamato a fungere da Presidente di Giuria.

Marco Ranfo, dopo essere stato giudicato dai suoi contemporanei, sarà quindi giudicato anche dai triestini del giorno d'oggi e il finale dell'opera dipende quindi dal loro giudizio.

Bando dei Ranfi e dei loro seguaci

A pochi passi da questa piazza, nell'Archivio Diplomatico del Comune, è custodito antico codice d'ingiallita pergamena ornato di lettere iniziali nelle quali si vedono i tergestini del '300 con le loro colorate vesti...

Sulla prima carta di questo codice sta scritto: "Statuta civitatis Tergesti de anno 1350".

Sono le leggi antiche della nostra città. Apriamo il pesante volume alla Rubrica XXV del secondo libro e leggiamo: "Rubrica de Ranfis et eorum sequacium" che, per migliore intendimento traduciamo:

Decretiamo e ordiniamo che chiunque tratterà di dar aiuto, consiglio e favore ai Ranfi e ai loro seguaci banditi dal comune di Trieste o manderà lettere agli stessi Ranfi e ai loro seguaci o riceverà dagli stessi qualche lettera che non presenterà al dominio oppure al comune di Trieste, che perda tutti i suoi beni e la libertà e se il tale o il talaltro contrafacente non si potrà catturare, sia bandito in perpetuo dalla città di Trieste e tutti i suoi beni pervengano al comune.

Chi del Ranfo sia maschio che femmina e gli eredi dagli stessi discendenti e i loro seguaci ed i loro eredi, siano banditi in perpetuo dalla città di Trieste, e se quelli che sono stati banditi o altri di essi in qualsiasi momento dovessero cadere nella forza del comune, che il dominio di Trieste presente in quel tempo sia tenuto a tagliare la testa a quello o a quelli che avrà potuto catturare in modo che questa sia separata dal busto e che muoiano, e la donna che sia bruciata.

E se qualcuno ucciderà uno dei Ranfi abbia dal cameraro del comune di Trieste 400 lire di piccoli veneti e se presenterà qualcuno di questi vivo al comune di Trieste e tra i seguaci loro, abbia 200 lire di piccoli dal comune di Trieste, e se qualcuno dei banditi dal comune di Trieste per qualsiasi bando eccetto che per omicidio, tanto tra i seguaci dei Ranfi quanto altri banditi, ucciderà qualcuno dei Ranfi, o da questi discendente che possa liberamente venire a Trieste e stare non ostante quel bando e sia libero e assolto dal detto bando e ciò sia compreso specialmente per i Ranfi maschi.

E che Ranfa e Clara, sorella e figlia del fu Marco Ranfo sia radiata e bandita dal comune di Trieste e che Agnese loro sorella moglie di Almerico Galina non possa mai venire a Trieste e che per altro tutte le donne che seguissero o avessero seguito i loro mariti, ossia gli stessi Ranfi e i seguaci dei Ranfi, siano bandite dal comune e non possano venire a Trieste e i beni loro tutti pervengano al comune.

E qualsiasi Podestà nel tempo del suo regime faccia leggere questa disposizione due volte nell'Arengo pubblico sotto pena se non lo facesse di cento lire di piccoli per ognuno di quei podestà che non lo facessero.

Alcune note sull'antefatto

Sin dall'inizio del tredicesimo secolo, tramite il contributo di cittadini facoltosi che avevano comprato l' indipendenza della città dal dominio vescovile, Tergeste si era costituita a stato dandosi leggi e libertà. Ma già in molte città italiane avveniva che gli stessi cittadini facoltosi, che avevano affrancato le loro città dalla signoria dei Vescovi, tentassero di diventarne signori al loro posto. E così, nemmeno un secolo dopo, in molte città italiane famiglie importanti per censo e per ingegno assumevano il potere formando Signorie più forti e potenti di quelle vescovili.

Anche nella città di Tergeste, il Maggior Consiglio del Comune era in mano a poche potenti famiglie. La paura che una famiglia prevalesse sull'altra incombeva sulla città poiché la tentazione era forte.

Tra le nobili famiglie tergestine primeggiava la casata dei Ranfi. E non a caso furono i Ranfi a tenere a battesimo il primo Statuto del libero comune. I Ranfi correvano veloci i gradini del cursus honorum, i Ranfi ricoprivano incarichi importanti, i Ranfi tessevano rapporti con i potenti vicini e, ovviamente, i Ranfi crescevano in potere e ricchezza!

E come crescevano il potere e la ricchezza dei Ranfi, così crescevano il timore e l'invidia nelle altre famiglie.

Ma non solo: in questo 1313, che vede la sua rovina, non richiamò forse Marco i guelfi messi al bando? Non tentò forse di approfittare del momento di vuoto di potere creato dal cessato incarico di podestà di Enrico, conte di Gorizia, e dalla questione grave che il Consiglio Maggiore si poneva: quella di nominare nuovamente un podestà o di ritornare a eleggere due consoli, come nei tempi più antichi? Quali ambizioni si agitavano nei cuori dei Ranfi per cercare con un colpo di mano il predominio sulla città?

Accuse gravi e del tutto infondate. Ma "Ubi est culpa Marci? - Qual'è la colpa di Marco? Nonostante tutte le ricerche, intraprese dagli storici più illustri, la causa che scatenò la strage dei Ranfo è tutt'ora sconosciuta.

I Ranfi erano invidiati, e soprattutto Marco, le cui cariche erano fra le più prestigiose in città. Sempre, nella storia dei popoli, rapide carriere dovute all'iniziativa e al genio suscitano invidia.

L'invidia generò accuse e le accuse infiammarono il popolo e il popolo percepito l'odore del sangue pretese la preda: fu giustizia o isteria collettiva?

Da quest'opera teatrale una risposta chiara e conclusiva ad un dramma di sette secoli fa?

No di certo, ma un affettuoso omaggio a Trieste e alla sua storia.

Testi di EDDA VIDIZ e RENZO ARCON - Musiche di EDY MEOLA.
In scena oltre 70 tergestini del XIV secolo e ANDREA BINETTI nella parte di Marco Ranfo
Regia di UGO AMODEO - Coreografie di Carolina Bagnati

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